Uno spazio dove prendersi cura di sè
Quando ho bisogno di ritrovare il contatto con la mia natura, entro in giardino e mi addentro nell’anima. Quando accolgo una persona nella mia stanza di lavoro, è come addentrarsi insieme in un giardino segreto in cui l’anima può “nascondersi, perdersi e ritrovarsi”.
Il mio intento è offrire un “giardino” dove l’anima possa trovare dimora, dove sia possibile praticare la coltivazione di sé, germogliare nella propria intenzionalità e sbocciare alle possibilità. Uno spazio e un tempo dove prendersi cura della propria natura.
In un giardino segreto c’è, quasi sempre, un ingresso da varcare, un cancello da socchiudere, una siepe che protegge i confini, una fontana per riposarsi, una panchina su cui riposare, grotte e anfratti da esplorare, alberi sotto cui distendersi, fiori da ammirare e cogliere, terreno incolto da lavorare e terreno lavorato da seminare. E tutte le volte la sorpresa e la meraviglia di avere accesso a tale fertile espressione della natura umana, mi induce a aspettare con paziente fiducia che si manifesti il genius loci che mi guiderà nell’esplorazione.
Accompagno le persone nel percorso di ricerca di senso che porta alla consapevolezza, mi offro quale custode del giardino dell’anima e mi prendo cura della natura nel suo momento di vita. Il giardino è un microcosmo “sapiente”, dove la vita si svolge nella sua pienezza e dove l’intuizione e l’empatia guidano la nostra presenza ponendosi come modalità profonda e immediata di conoscenza di altri esseri viventi.
Come una giardiniera mi offro come facilitatrice di processi vitali nel rispetto dei ritmi della natura perché in giardino si è a contatto con la vita e si collabora con lei. Il mio compito è quello di facilitare, accompagnare, aiutare i semi a germogliare e a diventare ciò che già sono nella loro essenza. La profonda connessione con la natura permette al giardiniere-maieuta di condurre fuori ciò che è già presente in natura, perché ogni seme ha un’intenzionalità presente e profonda da accogliere e facilitare nella sua espressione.
Il principio generativo permette a un vecchio tubero, dimenticato in fondo alla dispensa, al fresco e protetto dall’umidità, di germogliare. È nato un germoglio lungo, sottile, pallido, ma determinato a cercare la strada per raggiungere la luce, non dando ascolto alle condizioni avverse in cui si è trovato, ma perseguendo il suo compito di vita, nella sua intenzionalità nascente.
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